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Giulio Cavalli e la stampa

da Giulio Cavalli, Nomi, cognomi e infami (2010)

pp.32-34

Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Camorra attecchiscono sui territori attraverso la costruzione e l'imposizione di una deviata forma di "onore". Un onore distorto e velenoso che ha abbandonato il proprio significato originale per sclerotizzarsi presto in un contenitore di intimidazione economica, fisica, ma soprattutto culturale. Se è vero che le storie di mafie sono più che altro storie di scippi - economici nel campo imprenditoriale e della libera concorrenza, di potere nelle commistioni con le Pubbliche amministrazioni, di controllo nella gestione della vita sociale di interi quartieri o città fino allo scippo della libertà privata ai danni di chiunque decida di provare a combatterli - il furto meno raccontato e combattuto è stato quello della parola: dell'esercizio libero di pensiero e di parola. Eppure la storia di questo Paese ci ha insegnato quanto la parola sia un'arma che rende le mafie comicamente inoffensive e resistibili in questo campo. La battaglia della parola contro le mafie è la stessa alla quale incitavano negli incontri con le scuole Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è la stessa che ha lasciato ferite sanguinanti grazie alla penna di Roberto Saviano, Rosaria Capacchione, Sergio Nazzaro e tanti altri scrittori al fronte meno conosciuti.

La battaglia delle parola è il nervo scoperto degli "uomini d'onore" che nel corso degli anni hanno imparato benissimo a condizionare pezzi di politica, pezzi di informazione e pezzi di uomini di Legge, ma sono imbelli di fronte all'esercizio del pensiero, della bellezza e del raccontare. «Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene» diceva il giudice Borsellino. La parola è un mitra senza proiettili che instilla germi; germi di consapevolezza, germi di coscienza, germi di libertà. Germi virulenti che provocano, con l'inesorabile lentezza della goccia, l'abbattimento di muri e la fecondazione di nuovi giardini. Le mafie sono porose: fingono di non saperlo, non lo dicono in giro, pregano il loro infernale dio perché non si sappia in giro, ma hanno in mezzo al petto buchi che in decenni di storia non sono mai riusciti a chiudere. Se ci infili le parole in mezzo non possono fare a meno di portarsele in giro, le parole degli altri, ne escono appesantiti come ladri senza corsa, come guappi in calzamaglia in un pavimento di cristallo. Hanno vissuto sulla loro pelle la possibilità di comprarsi giudici, onorevoli, senatori, funzionari, sindaci, imprenditori, giornalisti, ma sanno bene che non sono mai riusciti a comprare la parola. Che si propaga di pancia in pancia, da faccia a faccia, tra cuore e cuore, occhio e occhio e diventa un pensiero, una ninna nanna recitata per tenerci tutti svegli.

Gli "uomini d'onore" oggi hanno la prepotenza di un racket a trecentosessanta gradi: economico, politico, di gestione e soddisfazione dei bisogni, e culturale. Allora andiamo a riprendercele le parole, ci siamo detti. Andiamo a rialzare le serrande della responsabilità della penna e del palco. «Opponiamoci al racket. Come hanno fatto i ragazzi di Addiopizzo partendo da Palermo, come i ragazzi di "Ammazzateci tutti" dalla Calabria. Interrompiamo il loro piano di rendere muti i protagonisti e sordi i pubblici»: sotto il sole petrolchimico di Gela abbiamo votato un antiracket culturale. E bisognava partire per forza dalla risata e dall'onore. Per questo fiutando la risata in salsa mafiosa è normale tornare a Cinisi.


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