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Archeostage - Gli scavi a Metaponto 2009

Attività collegata al Piano Esecutivo dell'Offerta Formativa 2008-09

Album fotografico, settembre 2009

Siamo stati svegliati da un gallo, un asino e un trattore.
Il sole caldo  del Sud  raggiunge la tavola dove il signor Francesco ci sta servendo la colazione. Siamo tredici liceali bergamaschi arrivati con la prof. Enrica Manni in Basilicata soltanto la sera prima e lui, il signor Francesco, è una persona eccezionale. Primo di tre fratelli, sostenitore della tesi che chi ha fatto il contadino, sa fare tutto, l’ha anche dimostrata. Ha trasformato un’azienda agricola in un agriturismo dove non manca nulla. Le scale, le vetrate, il tavolo su cui stiamo mangiando, ha costruito tutto lui. Riesce a mescolare burro e marmellata insieme a tante parole che la colazione passa in un soffio.

L’agriturismo Rayo de Luna si trova a Metaponto, a pochi passi da una zona conosciuta per gli scavi archeologici, ed è per questo che noi siamo qui. A dire la verità, tutta la Basilicata è una miniera di reperti. Francesco racconta che vent’anni prima, arando vicino alla ferrovia, si è imbattuto nel coperchio di una tomba. Un unico blocco ricoperto da tre lastre, oggi chiamata Tomba del Lottatore: 2,08 metri di altezza e tanti oggetti sepolti insieme a lui, non solo armi, anche una coroncina d’oro, di alloro. Sempre nella stessa zona aveva anche riportato alla luce un resto di colonna ionica scanalata. In quel luogo, ci spiega, volevano fare un campo archeologico. Avevano già messo le staccionate, ma hanno dovuto abbandonare il progetto per mancanza di fondi.

Siamo ancora seduti a tavola quando vediamo arrivare verso di noi un gruppo di ragazzi.Vengono dal liceo classico di Pisticci, un paese vicino a Metaponto, e partecipano al nostro stesso progetto accompagnati dalle loro insegnanti, le proff. Cirigliano e De Benedictis. Il ghiaccio lo rompiamo alla svelta, sono tutti gentili ed espansivi. Scopriamo che nella loro scuola partecipare a questo progetto è un premio al merito. Solo alcuni tra i ragazzi di terza con le medie scolastiche più alte vengono scelti, e lo desiderano davvero. Nei giorni successivi, uno Scuolabus giallo fornitoci dal comune ci farà diventare amici più di quanto possiamo immaginare. Per ora siamo gli uni per gli altri tanti nomi nuovi che girano nella testa e parole dagli accenti buffi.

Insieme, saliamo all’Incoronata dove ci aspetta il nostro lavoro: è duro riaprire gli scavi. Siamo sulla cima di una collinetta brulla popolata da una miriade di chioccioline bianche. È qui che sono stati già trovati negli anni precedenti tracce di forni e cocci di ceramica risalenti al periodo della Magna Grecia. I forni hanno indotto a pensare che si trattasse di un laboratorio di ceramica, mentre i cocci suggeriscono che lì vicino vi fosse un tempio di Atena. La presenza del tempio spiegherebbe il perché di un insediamento in una zona priva d’acqua e il fatto che tutti i vasi siano ridotti in frammenti. All’epoca si usava infatti rompere il vasellame sacro dopo che aveva svolto la sua funzione, per impedirne l’uso al profano.
“L’Incoronata è uno dei siti più importanti dell’archeologia mediterranea”, ci spiega il professor Denti, docente all’Università di Rennes, in Bretagna. “Sono le problematiche storiche che attirano il nostro interesse. Per capire cosa si trova sotto i nostri piedi, da quanto tempo e per quale motivo, ci vogliono anni, ed è per questo che abbiamo programmato questi scavi sul lungo periodo”. “Scaveremo per tutto il mese di settembre”, aggiunge la prof. Ilaria Tirloni, insegnante presso il nostro Liceo distaccata per conseguire il dottorato con il professor Denti, “poi comincerà il lavoro di ricomposizione dei cocci e, durante l’inverno, lo studio in biblioteca”. Insieme al professore lavora un’equipe di ragazzi dell’università di Rennes. Sono già sul campo e saranno le nostre guide durante gli scavi.

Grazie a Mathilde che conosce piuttosto bene l’italiano, ad alcuni di noi che masticano il francese e a un po’ d’immaginazione, non sarà difficile legare nemmeno con loro. Sono tanti e formano, come noi, un gruppo eterogeneo. Solo alcuni di loro si conoscevano già. C’è Marie che lavora nel campo dell’archeologia in Francia ed è venuta all’Incoronata per passione. Mathilde è già il terzo anno che viene: sta studiando per il dottorato e questi scavi sono un’esperienza molto utile per lei. Anche Clement che sta conseguendo un master sulla ceramica indigena raccoglie materiale per la sua tesi. Simon invece studia archeologia medievale, è venuto a dare una mano per passione. Alice studia storia romana, greca e medievale: è qui per farsi un’esperienza materiale. Antoine e Solène sono al terzo anno di archeologia. E infine c’è François, il veterano, il primo del gruppo arrivato all’Incoronata, cinque anni fa. Sta facendo un dottorato sulla ceramica comune. Corsi diversi, età diverse, in comune la stessa  passione e un professore italiano che ha aperto loro la strada.

“Lavoro in Francia dal 2001” ci dice il professore Denti, e rispondendo alla nostra implicita domanda aggiunge “Se fossi rimasto in Italia sarei diventato professore ordinario a sessantacinque anni!”. L’Università di Rennes ha potuto occuparsi dell’Incoronata in seguito alla rinuncia dell’Università di Milano, alla quale gli scavi erano stati affidati nel 1973, ed è stata una grande opportunità per loro. Tuttavia “la fuga di cervelli si potrebbe evitare”, dice Alvise, che ci aiuta nel lavoro con le sue conoscenze e la carriola. È laureato in lettere classiche ad indirizzo archeologico e questo è il suo ventesimo scavo. “Nonostante la laurea non lavoro nel campo archeologico”, spiega, “Mi trovo in una condizione - insieme a molti altri - di disoccupazione intellettuale: dopo tanti anni di studio posso occuparmi di archeologia solo come volontario. E questo è assurdo in Italia, dove c’è una così alta concentrazione di lavoro archeologico… Tutto perché mancano perennemente i fondi, e quindi gli archeologi non possono lavorare”.

Tra tanti discorsi, giornate di lavoro, ritrovamenti e viaggi sullo Scuolabus la settimana è passata sin troppo in fretta. Quando non si scavava mentre le nostre proff. si davano da fare per progettare attività future, lavavamo i cocci emozionati nel veder riaffiorare antiche decorazioni, oppure viaggiavamo. Abbiamo visitato i musei che conservano e mostrano i reperti venuti alla luce con gli scavi del luogo, e ci siamo sentiti in qualche modo partecipi del ritrovamento di tutta quella storia. Abbiamo capito la differenza tra la ceramica greca, che non si può lasciare in acqua perché è stata trattata con degrassanti animali per renderla più liscia e quella autoctona, lavorata al tornio come si vede da certi piccoli segni orizzontali. Siamo rimasti basiti di fronte alla precisione della fattura di certi minuscoli gioielli d’oro del IX secolo che oggi nemmeno gli orafi più bravi sembrano in grado di riprodurre. Ci siamo recati alle Colonne Palatine e abbiamo trascorso un’intera giornata a Taranto, dove abbiamo potuto ammirare il Castello Aragonese, il Palazzo Militare e visitare il MARTA riallestito per essere accattivante e fruibile grazie anche alla moderna tecnologia.

I ragazzi di Pisticci ci hanno poi invitato a prendere parte alla vita del loro paese, facendoci conoscere la realtà nella quale vivono attraverso la visita a monumenti, luoghi di culto, piazze e… passeggiando con noi per le vie della loro vivace cittadina arroccata su calanchi spettacolari che non ci aspettavamo di vedere. Abbiamo goduto del tramonto e del belvedere pisticcese, ci siamo stipati in un piccolo laboratorio di ceramica dove i vasi vengono ancora prodotti a mano col tornio e ne abbiamo ammirato la magia. E dopo una settimana ci siamo salutati a Pisticci con la speranza di rivederci presto, magari a Bergamo. Il giorno della partenza un biglietto davanti alle nostre camere  ci ha invitato ad altri saluti: i ragazzi francesi ci facevano sapere che volevano essere svegliati prima che partissimo, nonostante fossero rientrati da poco dopo un’escursione a Matera.

Alla fine siamo partiti con una mezza promessa di ritrovarci l’anno prossimo e la dichiarazione del professor Denti che ci avrebbe accolti ancora. “È sicuro che non diamo fastidio?” “Assolutamente no. Penso sia importante farvi conoscere a cosa può servire l’archeologia e mi fa piacere farvi fare questa esperienza”. Noi da parte nostra non chiediamo di più.

Elisabetta Landoni, 4B

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